#TappaUnica3V l’epilogo

Sabato 4 luglio alle ore sette e quattro minuti sono partito per ritentare di percorrere in unica soluzione il sentiero 3V “Silvano Cinelli”. Gli ultimi allenamenti mi facevano ben sperare, sia in merito alla preparazione fisica che per quella mentale, e avevo comunque previsto una tattica di riserva, il classico piano B, che avrebbe dovuto garantirmi la chiusura del giro: non pensare al tempo e se necessario fermarsi anche più del previsto, pur restando nel contesto di una tappa unica. Così la tabella di marcia, fatta comunque per assegnare ai tratti più critici un passaggio diurno, l’avevo lasciata a casa come riferimento per mia moglie, con me avevo solo le gambe e la testa che avrebbero dovuto lavorare in sincronia onde darmi il passo man mano migliore, consigliarmi quando e quanto sostare.

La particolare situazione post pandemica di quest’anno imponeva la più totale autonomia, ovvero la rinuncia anche alle poche strutture turistiche in precedenza sfruttate per rifornirsi d’acqua o per alimentarsi. Per compensare, ed evitare la sacca idrica che negli ultimi tentativi mi aveva creato non indifferenti fastidi, mi ero procurato due borracce più capienti (650ml) e una borraccia floscia (500ml) da sommare alle due di base da mezzo litro cadauna. Per meglio distribuire il carico oltre allo zaino avevo una comodissima e collaudatissima cintura da trail, che, tra l’altro, mi permetteva di tenere il telefono a portata di mano onde poter inviare messaggi a casa (e segnare gli orari di passaggio dai punti più rilevanti) senza dovermi necessariamente fermare.

Insomma, nonostante il lungo periodo di sosta forzata, prima i due mesi per l’intervento all’ernia inguinale e subito dopo i tre della pandemia, nonostante il riacutizzarsi delle contratture alla cervicale di cui periodicamente soffro da diversi anni, nonostante uno strano fastidio alla schiena apparso dopo il terz’ultimo allenamento, nonostante due crampi al polpaccio sinistro sofferti nella notte precedente la partenza, nonostante i tre chili in più del mio peso solo in piccola parte compensati da un contenimento del peso dello zaino, ecco, nonostante tutto questo e qualche altra piccola questione, mi sentivo che era l’anno buono, ero tranquillo, determinato, convintissimo, fiducioso.

Invece…

Invece qualcosa ci ha messo lo zampino, non so cosa, non so perché, fatto sta che al trentatreesimo chilometro ho dovuto rinunciare.

Durante la prima salita, quella della Maddalena, inizio a sentir tirare i polpacci. Va beh, dati i crampi notturni ci sta, abbasso un poco il ritmo, già per tattica inferiore al mio solito, e nel giro di una decina di minuti la sensazione si attenua, per poi scomparire del tutto nel lungo piano sommitale. Proseguo fiducioso ammirando diversi splendidi gigli rossi.

Cascina di San Vito, tranquillamente scendo a Nave e inizio la risalita verso Conche. Ormai conosco bene le insidie di questo tratto, mi controllo, trattengo il ritmo, procedo a passo assolutamente costante, sfrutto i piani ai fini del recupero e tutto sembra procedere al meglio. Sembra!

Casa della Rovere, inizia il sentiero. “Arghhhh”, s’induriscono i due muscoli vasto mediale, “noooooo, troppo presto, così anche il piano B non può risultare produttivo!” Inserisco brevi ma frequenti fermate, cerco di sfruttare tutto il possibile per ridurre al minimo l’altezza dei passi e i relativi sollevamenti del corpo. Altri splendidi gigli rossi mi accompagnano nel cammino che si è fatto doloroso.

Prati di Conche, “no, non rinuncio alla mia (perché non presente sul tracciato originale, ma dovuta per seguire l’idea nativa della linea spartiacque) variante alta, vada come vada”. Eccomi in vetta all’omonimo monte dove mi concedo dieci minuti di sosta sulla comoda e panoramica panchina. Quando mi rimetto in piedi le gambe rispondono bene, nella ripida e complicata discesa non rilevo dolori, “bene, dai che si va!”

Eremo di San Giorgio, raggiunto persino meglio del solito, altri dieci minuti sulla panchina godendo della visione del Lago di Garda, parzialmente visibile dietro l’evidente sella del Colle di Sant’Eusebio.

Monte Doppo, la mia seconda variante alta, cinque minuti seduto sul pietrone di vetta e poi giù per la ripidissima discesa verso il Passo del Cavallo al quale arrivo senza particolari problemi, fatto salvo la zona inguinale, quella dell’intervento all’ernia, che nei tratti più ripidi tira dolorosamente. Rifornimento d’acqua alla fontanina, “ehiii, i due muscoletti si fanno sentire, cavolo non si erano rilassati, ero io che mi ero concentrato su altro e non li percepivo”. Mi accomodo sui gradini della scalinata che adduce alla chiesetta e allungo sensibilmente il previsto tempo di sosta.

Punta Camoghera salita con meno sofferenza del solito (per forza, ci ho messo molto più del solito, ma questo lo scopro solo rientrato a casa): “”dai, dai, qui i crampi li ho sempre avuti e poi mi riprendevo”.

Dossone di Facqua: “anche questo è fatto! Fa caldo ma è bello ventilato, almeno questo tipo di sofferenza per oggi mi è risparmiato”. Un’occhiata al lontanissimo Maniva, un’altra alla strada già fatta, scivola l’occhio sul fastidioso ammasso di case nel fondovalle (Lumezzane) per depositarsi con maggior soddisfazione sul profilo del Guglielmo dall’altra parte della Val Trompia.

Passate Brutte, la complessa discesa mi ha riattivato i dolori, inizio a preoccuparmi. Trovo un gruppo di persone (i proprietari della bella casa che qui sorge) che sta godendosi la bella giornata. Mi offrono acqua fresca, chiacchieriamo un poco, s’informano del mio viaggio e mi riferiscono che due settimane prima due loro amici sono passati da li mentre facevano il 3V in tappa unica, mi suggeriscono il posto dove potermi riposare al fresco (ehm, altro che fresco sembrava una ghiacciaia, mi sono presto spostato un poco).

Nel depositare lo zaino “craac” forte il rumore risuona nelle orecchie, proviene dalle vertebre cervicali, mi spavento ma immediatamente rilevo assenza di dolore e, anzi, il collo si muove con maggiore scioltezza di prima. Mi tranquillizzo ma “boh!”

Ormai ho piena percezione dell’essere in ritardo (un’ora e un quarto diranno poi le tabelle) ma, come previsto dal piano B, la cosa non mi infastidisce: “se il dolore ai muscoli svanisce potrò recuperare nella parte di ritorno e comunque resterò nelle 60 ore che sono il limite per la tappa unica”.

Monte Dossone: “non male, in salita vado ancora bene, è solo la discesa che mi da qualche dolore!” Un velocissimo sguardo ai verdi pascoli che circondano questo dolce rilievo sulla cresta nord della valle di Lumezzane.

Corna di Sonclino, nuova rilevazione dell’orario per messaggio a casa: “non ricordo cosa avevo programmato ma più o meno avrei già dovuto essere a Lodrino, cavolo, il ritardo inizia a farsi eccessivo ma posso ancora gestirlo e accettarlo”. Qualche minuto seduto ammirando il panorama.

Tesa Guizzi: “ahia, la discesa è stata quasi una tortura!”

Casa Crostelle: “riposiamo un poco”. Seduto prima su uno scomodo masso poi nella ben più confortevole piana piazzola erbosa del capanno da caccia osservo il panorama, da qui si vede una bella parte del percorso, davanti a me le inconfondibili sagome del Guglielmo e della lunga costa che dalla Colma di Marucolo scende al Colle di San Zeno: “cavolo se sono lontane”.

Il sole inzia a scendere verso l’orizzonte, meglio alimentarmi qui anzichè attendere d’essere a Lodrino. Indosso la giacca antivento e mi rilasso mangiando la prima razione di cibo: gallette e bresaola… avevo previsto anche un sorso di vino ma alla fine, nel preparare lo zaino, avevo desistito per non appesantirlo ulteriormente: “già fin troppo gonfio!”

Mezz’ora e le gambe ancora fanno male, “forse è opportuno fermarmi ancora, mi fermo qui un paio d’ore? mangio anche le altre due razioni di cibo per alleggerire lo zaino? e se poi non ce la faccio a proseguire? non voglio farmi recuperare in piena notte? dormire qui? Si potrebbe essere un’idea, ma salta la tappa unica e dovrei comunque rinunciare anche al giro completo e in ogni caso non è detto che domani sia in grado di rimettermi in cammino, anzi, esperienza m’insegna che sarà peggio”

Nel frattempo è passata quasi un’ora e… Ritardo, dolore, visione del percorso, scattano i pensieri totalmente negativi: “ma che ci faccio qui? chi me lo fa fare? non ho più voglia di soffrire, voglio divertirmi; faticare va bene, ma così no, così non mi ci trovo più, così non mi piace. Chi se ne frega di quello che diranno gli altri, sono qui per me e se il mio io dice che non gli piace, il me deve decidere di fermarsi! Ma dove scendo? Qual’è il paese più comodo per farmi recuperare? Dove mia moglie può arrivare più facilmente?”

Pensato e.. fatto: invio messaggio a casa “19:58 rinuncio, scendo verso marcheno val trompia, dovrei arrivarci per le 22”.

Così finisce questo nuovo tentativo ma di certo non si chiude questa mia bellissima esperienza, non termina il mio lungo viaggio sul sentiero 3V. Per ora ho deciso di mettere una croce sopra alla tappa unica completa, ma non agli anelli parziali, non alle lunghe distanze. Mi dedicherò alle escursioni con mia moglie, mi concentrerò sulle uscite a zaino carico (forse il mio principale errore di questi ultimi due anni: essendo diventato abbastanza veloce, i 30 e 40 chilometri di montagna ora li faccio in poco più di mezza giornata, sempre e solo allenamenti a zaino leggero o addirittura con la sola cintura da trail), mi divertirò nel camminare e correre, anche nel ragionevole faticare e… si vedrà!

P.S.

Certamente è stata dura fare la scelta, certamente la delusione è stata forte, ma ho fatto benissimo a fermarmi: arrivato a casa l’unico problema evidente era il mal di gambe, ma mentre mangiavo le dita delle mani quando chiuse a pugno vi si bloccavano, inoltre, ad un certo punto, il medio della mano sinistra si inclinava spontaneamente di lato per restarci, c’è voluta una mezz’ora abbondante prima che passasse. Più tardi andando a letto sono scattati dolorosissimi crampi ai due vasti mediale, durati circa un quindicina di minuti.


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