#TappaUnica3V ci sono riuscito

L’intersezione emozionale è di tale livello e ricchezza che mi risulta alquanto difficile estrapolare un filo conduttore preciso e distinto, per ora riesco solo a dire e scrivere: fattaaaaaaaaa!

Suvvia, proviamoci, proviamo a scrivere qualcosa, così di getto, quello che viene.

Nei primi quattordici giorni di questo mese mi sono casualmente trovato a fare centoventi chilometri di cammino, suddivisi in sette uscite, e le sensazioni erano positive, così, nonostante una costante sensazione di tensione nei polpacci, matura la decisione: appena ci sono due giorni di meteo adeguato ci riprovo.

Così è stato, un periodo di temporali ha spezzato la forte calura e le previsioni davano ancora due giorni di temperature gradevoli con poche possibilità di pioggia, non potevo farmi scappare l’occasione, anche considerando che a partire dalla prossima settimana ripartono impegni di lavoro e visite mediche.

Nel giro di due ore è tutto deciso e avviso Maria: “mercoledì diciannove riparto”.

Tutto in questo tentativo deve seguire la regola del “nessun calcolo temporale”, così non definisco un preciso orario di partenza, solo stabilisco di partire alla mattina, tra le sette e le nove. Analogamente non imposto la sveglia per il giorno della partenza e, dopo una notte parzialmente insonne per dei dolori alle ginocchia (“mannaggiaaaa”), spontaneamente mi alzo comunque alle sei. Sono assolutamente tranquillo e riesco a proseguire nella più totale fredda tranquillità: faccio la mia solita colazione, senza però lo yogurt di soia che in occasione delle due ultime uscite m’ha creato problemi intestinali; sveglio Maria, che mi deve accompagnare a Brescia; riempio le due borracce da seicentocinquanta centilitri con acqua; preparo le due borracce da mezzo litro di soluzione isotonica (avendo solo quattro bustine di ricarica devo partire con due già pronte, tanto nel primo tratto avrò modo di ricarica le borracce con acqua pura); assumo un gel e mi idrato per bene.

Sempre con tutta calma raggiungiamo il punto di partenza e alle otto e venti inizia il nuovo viaggio.

La mia principale preoccupazione è quella di superare senza danni i primi tre picchi del profilo altimetrico: cammino senza forzare il passo; affronto le salite più ripide procedendo a zig zag in modo da ridurre il carico sui quadricipiti; non prendo nota degli orari di passaggio, proprio non voglio avere riferimenti diversi dalla mie personali sensazioni corporee e mentali; sfruttando le occasioni migliori per potermi sedere (panchine, grossi massi, muretti) mi concedo qualche sosta di due o tre minuti cadauna; a Conche, sedendomi nel prato in una fresca zona d’ombra, mi mangio la prima razione di cibo vero (due pseudo panini ognuno composto da due cialde, una fetta di bresaola e due fettine di zucchina alla piastra); mi fermo a parlare con le persone che incontro, in particolare con alcuni gruppi presso baitelli e case sulla cresta di Lumezzane; pur senza fermarmi ammiro panorami e fiori, memorizzo dati sul percorso per revisionare le mie relazioni, verifico la condizione della traccia e della segnaletica; la mente mai sul percorso da fare ma sempre solo sul momento presente.

Ore diciotto e trentanove minuti arrivo in ottima forma alla vetta del Corno Sonclino e senza aver rinunciato a nessuna delle varianti alte, originali e mie. Sono dieci ora e mezza che cammino eppure mi sento come se fossi appena partito, in due occasioni ho percepito l’indurimento di un quadricipite gestendo la cosa in pochi minuti e trasformando la sensazione da negativa in positiva: utilissime iniezioni di fiducia, “presto, troppo presto per cantar vittoria, ma sento che stavolta le cose promettono molto bene”.

Col sole che ormai si avvicina al filo delle montagne affronto uno dei tratti più noiosi e snervanti: la “discesa” su Lodrino. Per la prima volta non subisco l’effetto delle varie risalite, mi sto divertendo, me la sto godendo, la fatica c’è ma trova la sua giusta collocazione e connotazione. Persino i polpacci, che da venti giorni mi davano noia, si sono sciolti e non mi danno più sensazioni negative. In vetta alla Punta Reai mangio la seconda razione di cibo vero, il buio sta velocemente rubando spazio alla luce, l’orizzonte da un lato è ora un’indistinguibile linea di monti, dall’altro un’oscuro profilo che si staglia sul giallo rosato del cielo crepuscolare.

Ventuno e venti sono a Lodrino, una fontanina con vicino muretto rappresenta il punto di sosta ideale. Ricarica acqua, rifacimento borracce isotonica (ne faccio già due perché al prossimo punto la collocazione è meno comoda ed essendo una notte freddina ho meno bisogno di idratarmi), mezz’ora di sosta con qualche appisolamento disturbato da un cagnolino che inistentemente mi abbaia contro; una persona mi rivolge domande su quello che sto facendo riportando la mia mente al mio viaggio.

Al chiarore della frontale risalgo il ripido canalone che porta al Passo della Cavada, per la prima volta senza sosta procedo verso il Roccolo Morandi dove approfitto del bel prato per concedermi l’appisolamento. Nonostante la giacca invernale e l’antivento, nel giro di qualche minuto il freddo s’impadronisce del mio corpo, meglio ripartire.

Uhm, inizio ad essere stanco, no non di camminare, di scrivere, i dolori muscolari sono quasi tutti scomparsi ma resta la carenza di sonno e mi sto addormentando sulla tastiera, per ora mi fermo qui, riprendo in prossima occasione.

Continua

6 pensieri su “#TappaUnica3V ci sono riuscito

  1. Mara Fracella

    Sono molto felice per te. Racconto molto bello la frase che mi è piaciuta di piu’ è “…mi sto divertendo, me la sto godendo” preceduta da “…la mente mai sul percorso da fare ma sempre solo sul momento presente”.
    Attendo la continuazione dello scritto.
    Bravo Emanuele, orgogliosa di te e del sostegno della tua dolce meta’.
    Mara Fracella

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