#TappaUnica3V ci sono riuscito (2)

Continua dalla parte 1

Non sto cronometrando niente, ne il cammino ne le fermate, mando solo qualche messaggio a casa sul quale, secondo la mia collaudata tecnica, metto l’orario d’invio per dare un riferimento preciso ma non faccio calcoli: rilevo l’ora, la scrivo e la dimentico. Così non so dire di preciso quanto sia stato fermo, indicativamente, considerando che, nel contempo, mi sono anche dovuto spogliare a metà per infilare i più caldi leggins da trail e che, per ripartire, ho dovuto prima fare alcuni esercizi di riattivazione, tra i quindici e i venti minuti. Non è un problema, in questo settimo tentativo quello che conta, quello che mi deve guidare sono solo ed esclusivamente le sensazioni.

La discesa lungo questo magnifico crinale è accompagnata dall’imponente nera figura del Monte Palo che chiude l’orizzonte alle mie spalle, a sinistra risplendono le mille luci di Marmentino e dei vari casolari sparsi nella montagna circostante, a destra domina la scena una forte fonte luminosa, data la posizione presumo sia qualcosa al Lago di Bolgi. Conosco a memoria questo sentiero, non ho bisogno della segnaletica per procedere, a guidarmi anche qui le sensazioni, le piccole svolte, l’alternanza di salite e discese, i piani, la traccia più o meno comoda, il grande faggio, il mio cammino ne risulta regolare e spedito, persino più veloce di molti passaggi fatti in diurna. Quanto mi diverto, quanto mi sto godendo questo cammino, la prima volta senza dolore, la prima volta con la fatica che, pur presente, non domina la mia mente, qui è proprio la prima volta che non soffro le salitelle che spezzano la discesa, che non patisco i diagonali scivolosi nell’erba alta: bellissimo!

Ecco il traliccio dell’alta tensione, ancora pochi metri e sono sulla stradina che porta alla Passata Termine, via senza sosta e giù verso il basso facendo attenzione alla base ghiaiosa che sempre mi ha creato problemi. Qualche accenno di scivolata anche questa notte non si fa mancare, ma alla fine anche questo tratto è superato senza danni e mi incammino sulla strada che porta al Passo del Termine.

“Bau, bau, bauuuuuu”, l’abbaio rabbioso di un cane pastore di mia conoscenza (nel primo tentativo mi aveva azzannato i pantaloni) invade la notte, eccolo li stavolta ostacolato dalla recinzione, passo comunque con circospezione e senza guardarlo, procedo via veloce senza voltarmi. L’abbaio si zittisce, ehm, no è stato solo un attimo, eccolo che riprende e… “cacchio, è sulla strada!” Resisto alla tentazione di voltarmi, percepisco che non mi segue, la distanza tra me e lui aumenta, mi tranquillizzo.

Dura, molto dura, la salita che segue, sfrutto i canali di scolo dell’acqua piovana per far riposare un attimo le gambe. Ecco la diramazione che porta alla cascina del Barettino, dai ancora uno strappo e poi si riposa. Nel buio del bosco s’apre uno squarcio di cielo stellato, come qui sempre faccio mi allungo il cammino di qualche metro per osservare la scena, i bellissimi prati del dosso illuminati dalla mia potente frontale, il profilo sinuoso che unisce il Passo della Cavada al Monte Inferni, passando per la Corna di Caspai e il Passo della Cisa che ben individuo, il profumo di ciclamini che inonda le nari, versi d’uccelli e uno strano sottile fruscio che ha scatti sale dal bosco.

Pochi estasianti secondi e poi bisogna rimettersi in cammino. “Ehi, cosa sono quei due occhietti?” Mi accosto al bordo della strada e, girando la testa, dirigo il fascio di luce verso il basso, da dietro un tronco caduto vedo l’ombra d’una testolina contornare i due brillantissimi diamanti oculari che mi fissano con preoccupazione, un tondo carinissimo musetto che sprigiona infinita tenerezza mi fa pensare alla donnola. “Ciao carissima, torna alle tue faccende e scusami se ti ho disturbato!”.

Con qualche cinghialesca preoccupazione supero la fascia boschiva che mi separa dalla soprastante Vaghezza, ora tranquillo percorro la strada dei Piani di Vaghezza e in pochi minuti sono all’asfalto, tra l’ala protettrice delle case. Approfitto dell’area giochi per, reindossati la maglia invernale e l’antivento, sedermi su una panchina. Un cavallo viene a curiosare, ne sento i rumori dietro gli alberi, spengo la frontale e mi godo la pace e il silenzio. Il sonno m’invade, più volte rischio di cadere disteso a terra ma la panchina è troppo stretta per distendersi comodamente e poi il freddo inizia a far sentire la sua gelida morsa, il corpo è scosso dai brividi, così mi riavvio.

Altro momento di trepidazione è l’arrivo al Pian del Bene, qui so per certo esserci cinghiali. Invece tutto bene, al loro posto incontro una mandria di mucche distese nell’erba, due enormi testoni sfiorano, uno per lato, la stretta traccia nell’erba, devo passare in mezzo a pochi centimetri dalle puntute corna: “calma voi, continuate a dormire”. Pochi se ne rendono conto ma le statistiche riportano una percentuale di incidenti mortali ben più rilevante per le mucche che per i cinghiali. Che notte emozionante, notte di cammino e di godimento, odori e sapori di montagna e di natura, raramente così intensi, così pieni, così vissuti come in questa occasione, questo è vivere la gioia di vivere e chi se ne frega se alcuni di quelli che incontro ritengono doveroso indicarmi che “mai in montagna da soli”.

Ore quattro e ventotto, vetta del Monte Ario. Uno sguardo attorno, le luci delle due valli, Trompia a sinistra e Sabbia a destra, penetrano la notte e spingono un poco di chiarore sui monti circostanti, nessun rumore, silenzio totale, anzi no, s’ode lo scampanio delle mandrie. L’alba si approssima e devo decidere: procedo per le alte o mi sposto sulla versione bassa? Mi sento in grado di mantenere il progetto iniziale, ma non voglio rischiare un’altra rinuncia e allora decido di aggirare da qui al Maniva tutte le vette procedendo sulla più veloce e comoda “Strada dei Soldati”. Ore cinque e quarantanove caracollando e con la mente pesante arrivo alla fontana del Passo di Pezzeda Mattina, rinnovo l’acqua nelle borracce poi copro i pochi metri che mi conducono al passo vero e proprio dove concedermi finalmente un meno freddo e più comodo riposo.

Mi sveglia il rumore di un’auto, poi due portiere che sbattono, poco dopo passano due cacciatori in addestramento cani, mi guardano straniti, li saluto e con titubanza mi rispondono. Va beh, fatti loro! Si è fatto chiaro, sistemo un poco lo zaino, collocandovi alla meglio quanto non mi serve più e poi mi rimetto in camino. La mezz’ora di dormita m’ha rimesso in sesto, mi sento nuovamente in piena forma e velocemente sono in prossimità del Passo di Prael, il sentiero che porta in Corna Blacca si mostra invitante ma, fermo nei miei propositi, ascoltando una vocina interiore che mi suggerisce di lasciar perdere, lentamente scavallo sull’altro lato e proseguo per la via più semplice. Con la sola sosta necessaria a togliere i leggins da trail e ridare ordine al contenuto dello zaino, in unica tirata sono prima al Passo delle Portole, subito dopo a quello del Dosso Alto e infine al Giogo del Maniva, dove mi concedo il giusto premio di una bella colazione dagli amici dell’Hotel Dosso Alto.

E mentre faccio colazione, riposiamoci anche nella lettura rinnovandoci l’invito alla prossima puntata.

Ciao!

3 pensieri su “#TappaUnica3V ci sono riuscito (2)

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