#TappaUnica3V ci sono riuscito (3)

Continua dalla parte 2

Una bella tazza di thè fumante campeggia sul tavolino in attesa d’essere delicatamente assaporata, al suo fianco una golosissima e gigantesca fetta di crostata alla frutta fa da contraltare all’immagine del Dosso Alto che si alza da dietro l’ampio piazzale. Dolcemente mi lascio cullare dalla situazione, lentamente spezzetto il dolce favorendone lo scorrimento verso il mio stomaco con un goccio di bevanda calda, piacevolmente rilevo la mite temperatura e il cielo parzialmente coperto di bianche nuvole. Non un dubbio percorre la mia mente, non un dolore incide la mia psiche, non un fastidio disturba il mio pensiero, un pensiero ancora costantemente fermo sul momento, profondamente intento a vivere il presente senza pensare al passato e senza preoccuparsi del futuro. Un solo piccolo tarlo scuote per un attimo l’idilliaco scenario: un tizio che, in due distinti ma ravvicinati momenti, viene a fumare proprio alle mie spalle, “ma che cavolo, l’hanno appena detto che il Covid si può attaccare alle molecole di fumo e venirne trascinato ben più lontano dei due metri ad oggi considerati distanza di sicurezza”. Mi giro per dargli le spalle, pensi quello che vuole!

Il viaggio chiama, è ora di rimettersi in cammino, pago e saluto, riprendo lo zaino e via, saliamo verso il Dasdana. L’ho già deciso e non cambio idea, fatti pochi metri invece di proseguire per la sterrata prendo a destra le scalette che conducono ad una trincea della Grande Guerra e per questa a un bunker di recente ristrutturazione. Che strada sto facendo? Quella che segue la logica dello spartiacque e che mi porta a risalire l’irto pendio erboso del Monte Maniva, su, su fino alla sua vetta, una mia variante già sperimentata e che aggiunge un ulteriore pizzico di straordinaria follia ad un percorso già di per se stesso un poco folle.

Discendo sul lato opposto per poi risalire ancora, sento qualcosa cambiare nel fisico e nella mente, le gambe stanno girando come mulinelli impazziti, per un poco il fiato si è ribellato, poi ha fatto buon viso a cattiva sorte e si è adeguato: risalgo le Calve degli Zocchi in unico respiro, non una pur minima fermata mi è necessaria (ne inserisco comunque alcune brevissime per osservarmi attorno), son entrato in quello che gli atleti veri chiamano “flow” o “flusso”, io definisco stato di grazia. L’avevo già sperimentato nel primo tentativo, ma sul piano, qui sono in salita, una tosta salita e nemmeno breve. Nonostante lamate di caldo m’investano rabbiose avendo predominanza sui più rinfrescanti momenti di “nebbia”, senza fermate arrivo in vetta al Dasdana, scavalco le prime due Colombine, risalgo al Monte Colombine. Uhauuuu che sensazione, che emozione e… che spettacolo di panorama, lo conosco bene ma è sempre affascinante.

Brevissima sosta per rimpiazzare barre e gel esauriti, messaggino a casa e poi di nuovo in cammino. Sempre un poco sofferta questa discesa verso il Goletto di Cludona, i vari massi, le zolle erbose, i saltini, le scivolate, questa volta no, questa volta sembra che il mio corpo voli sopra il terreno, non sento il contatto, non sento pressioni, non sento flessioni: scivolo via leggero e veloce. Il tutto continua così anche sulle successive salite e discese che portano al Passo delle Sette Crocette: “forse posso azzardare la cresta alta” mi dico avviandomi sulla traccia che porta alla base del Crestoso. “No, meglio di no, le nuvole si sono aperte e il sole ormai picchia quasi costantemente, sulle creste non avrei scampo e, per giunta, non troverei acqua!” L’intelligente vocina mi fa prendere la via bassa, il lungo e bellissimo diagonale che mi conduce al Passo del Crestoso dove, cercando inutilmente ombra dietro un masso, mi fermo per dare fondo all’ultima piccolissima razione di cibo e godermi un poco la pace, il silenzio, la maestosità alpina di questo luogo.

Continua lo “stato di grazia”: senza specificatamente volerlo, letteralmente correndo, a grossi balzi, discendo la successiva parte di sentiero sconvolta da grosse pietre informi e mobili. Solo sul morbido pianoro dell’ex Lago di Rosellino riprendo il passo: “bellissimo scivolare via veloci senza percepire le varie difformità del terreno, ma non esageriamo!” In zona esiste un bivacco che può tornare utile a chi percorre il 3V, voglio individuarne la posizione e l’accesso, per un attimo sembra che si debba affrontare un mega salitona, poi una visuale migliore mi svela la struttura: “bella, vicina, facile da raggiungere e poi si può riprendere il 3V più a valle senza tornare sui propri passi, si, si, memorizza bene!”

La piana è superata, ora c’è il tratto a grosse pietre che nel primo tentativo mi aveva distrutto le ginocchia, oggi, invece, manco lo sento, salto dinamico da un masso all’altro: saranno i gel, ma non possono essere solo quelli, qualcosa è scattato dentro di me, un qualcosa che permette la permanenza dello “stato di grazia”, la mente viaggia ai tanti allenamenti fatti e la solita vocina suggerisce: “ecco a cosa serve la corsa in discesa, a rinforzare le strutture che proteggono le ginocchia!” Segue un altro incipit: “beh, anche le scarpe staranno facendo la loro parte, queste scarpe poco ammortizzate, ma con un drop nullo che con l’abitudine porta ad atterrare di avampiede sollevando le ginocchia da una buona parte del carico”. Pochi secondi di fuga mentale, poi si ritorna al presente: “posso smetterla di centellinare l’acqua, più sotto mi fermo a fare rifornimento al rifugio Tironi, deciso”.

Malga Rosellino, saluto la signora e il ragazzo che sono alla finestra. Senza cercare la segnaletica taglio nel pascolo a prendere poco sotto la traccia corretta. Con tre salti, sotto gli occhi stupiti di un signore e due signore che erano appena passati con una discreta difficoltà, sorvolo il guado; qualche altro salto mi fa risalire l’erto pendio di frana che segue e poi… poi il verde affascinante pianoro, la lunga discesa per tracce scavate e rotte, il diagonale nel bosco con alcune risalite, tutto scivola via senza lasciare segno nel mio fisico, MeRaViGlioSo! Ecco che appare la Malga Rosello, pochi minuti ancora e, indossata la mascherina, eccomi dentro il rifugio Tironi, chiedo l’acqua e… l’inebriante profumo di cibo mi corrompe: “si può avere una pasta?” Buonissime tagliatelle integrali con sugo di pomodoro, melanzane e salvia vanno a riempire uno stomaco che, con inequivocabili rumori, da qualche ora esprime il suo disappunto per i tanti liquidi necessariamente bevuti e mal compensati dal pochissimo solido assunto.

Temevo che la sosta godereccia potesse interrompere il “flusso”, lo “stato di grazia”, invece superati i primi dieci secondi di gambe dure ecco che queste riprendono a mulinare, ben supportate dal fiato e dalla mente. Pur osservando quanto mi circonda, pur rilevando particolari utili alle mie relazioni sul 3V, senza sosta supero la lunga e noiosa strada che porta alla Stanga del Bassinale, immediatamente mi lancio nella discesa verso Plan Di Monte Campione, seguendo casualmente l’erba della pista evito la deviazione verso l’imponente struttura edilizia e raggiungo, per via più diretta, la traccia che sale al Goletto del Baccinale. La sera è ancora lontana ma decido comunque di sfruttare la comoda collocazione per riorganizzare lo zaino e cambiare batteria alla frontale. Aaarghhh, si rompe il coperchietto della batteria, eh, no, stavolta non mi ferma nulla, in quattro e quatrotto risolvo con un pezzo di cerotto antivesciche.

Riprendo la versione alta, senza indulgere un attimo salgo e scendo gli innumerevoli dossi della cresta di Monte Campione, nell’incavo tra il primo e il secondo da destra arrivano tre altri escursionisti, quando io arrivo in vetta al quarto loro sbucano fuori dal secondo: sono andato ancora così forte ma mai con questa continuità. StraOrDiNaRio! Vai che ne mancano ancora diversi di dossi. Oltrepasso lasciandolo in basso a destra il rifugio Dosso Rotondo, supero di slancio Monte Campione, risalgo la più breve ma quasi verticale erta della Colma di Marucolo e mi lancio sull’interminabile discesa che discesa non è verso il Colle di San Zeno.

Diciassette e diciannove, tretatré ore e novanta chilometri dalla partenza, percorro il breve tratto di asfalto del colle e imbocco la sterrata di Malga Foppella. Ovviamente non ci sono dubbi, al Guglielmo salgo per la via diretta, così a Malga Gale non devio verso la costruzione ma punto dritto verso l’alto risalendo il ripidissimo prato che conduce alla fascia di bosco soprastante. Qui il fiato comincia a pretendere frequenti, seppur brevi, fermate, non capisco se sto subendo un poco la fatica o se sto andando veloce oltre misura. Mi concentro, cerco di ricordare la velocità a cui sono salito due settimane addietro, quando da qui sono passato con mia moglie, in parte ci riesco e recupero un poco di margine. Il tratto di facile arrampicata lo risalgo con la massima attenzione, non è difficile ma a questo punto l’errore è facile. Sono fuori, ormai vedo il punto d’uscita sulla cresta sommitale, raggiungerlo però mi richiede uno bello sforzo e stramazzo sul piano terrazzino erboso.

Giusto un poco di riposo, ci risentiamo a breve con la quarta e ultima parte del racconto, poi seguiranno un paio di articoli tecnici: tempi di cammino, attrezzatura utilizzata, alimentazione e idratazione.

Continua

3 pensieri su “#TappaUnica3V ci sono riuscito (3)

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