#TappaUnica3V ci sono riuscito (4)

Continua dalla parte 3

Beh, dai, proprio stramazzato al suolo no, diciamo che mi sono seduto con molta più immediatezza rispetto al solito, senza togliere lo zaino. Pochi secondi, pochissimi, dieci, venti, forse trenta e lo sguardo, pur conoscendolo benissimo, inizia a godere del panorama circostante: il cielo terso alle mie spalle, le nuvolette che mi stanno al di sopra, la tundra alpina tutt’attorno e la, davanti, oltre il filo del prato, l’azzurro intenso del Lago d’Iseo. Un paio di minuti in tutto e mi rialzo, immediatamente la recente fatica diviene solo un ricordo, anzi, al momento scompare del tutto, come se non ci fosse mai stata, comunque rinuncio alla vetta e, anche per conoscerla non avendola mai fatta, prendo la traccia nell’erba che porta direttamente al rifugio Almici.

Senza sosta scorro via sull’ampio piazzale del rifugio oggi eccezionalmente quasi vuoto, temo il ripido cemento che ora dovrò fare, mi è sempre stato ostile e invece…. invece ancora mi sembra di volare un palmo sopra il terreno, in pochi minuti sono alla Malga Guglielmo di Sopra e poi, con ancor più lungo tratto cementato, anche a quella di Sotto. Con silenziosissimi salti discendo i tratti scabrosi del sentiero che porta alla Malpensata, è ora di cena e un profumo di carne alla brace invade le mie nari, stavolta resisto e proseguo il mio cammino per fermarmi solo alla fontana della Croce di Marone, dove, con pazienza visto il sottile filo che ne scende, faccio rifornimento di acqua e ricreo la borraccia di soluzione isotonica. Ne approfitto per predisporre in posizione più accessibile la frontale: fra poco farà notte.

Verificando lo stato della segnaletica e memorizzando informazioni su questo tratto che poco ricordavo, arrivo al Passo di Spino, pochi minuti e sono alla Forcella di Sale. Prendo la via di sinistra, quella del sentiero “normale” che porta alla vetta dell’Almana. Breve discesa e poi di nuovo in salita, una salita lunga, interminabile, costellata di panchine che sfrutto per brevi riposi e per godermi i rumori della notte che ha ormai coperto di nero i monti e le valli che mi circondano. Che sensazione, che beatitudine, qui, solo, nel buio, con mille fruscii che mi girano attorno, con stridule grida di rapaci notturni, emozione all’ennesima potenza.

Panchina dopo panchina, curva dopo curva, inciampo dopo inciampo (“mannaggia, iniziano a diventare troppi”), risalgo il percorso che, sebbene l’abbia già fatto in discesa e di corsa, forse a causa del buio che cambia le prospettive e nasconde le reali altezze delle cose, mi appare più esposto e pericoloso della via diretta che ho preferito evitare. La luce della frontale evidenzia una miriade di piccoli insetti neri e di altri, ben più grossi, con lunghe antenne sottili e un disegno giallo sulla schiena (grilli?), talmente numerosi che devo prestare attenzione per non calpestarli. Finalmente tra le foglie del bosco s’intravvede il filo di un crinale, sono al terrazzino sotto la vetta. “Ehm, che è successo, m’hanno alzato l’Almana!” ricordo bene che da qui vicina si vedeva la sommità, ora la vedo lontana, lontanissima, nero profilo che si staglia sull’appena più chiaro nero del cielo: “va beh, passo dopo passo tutto si supera!”

Sono alla forcella della cresta sommitale, pochi metri ed eccomi al pianoro di vetta, faccio per aggirare il basamento della grande croce e qualcosa appare ai miei occhi, un piccolo simpaticissimo animaletto che, per nulla intimorito, per un attimo mi osserva e poi riprende la sua ricerca di cibo: un’arvicola. Sono le ventuno e venticinque, dopo aver indossato la maglia pesante e l’antivento, seduto comunico con casa, avviso che mi fermo qui un poco e poi procederò più lentamente per non arrivare a Brescia in piena notte, d’altra parte una dormitina me la posso anche concedere: tolgo il cinturone portaborracce, infilo i leggins e mi sdraio sul duro cemento, per cuscino lo zainetto da trail.

L’abbigliamento da corsa invernale è comodo ma tiene caldo solo se sei in movimento e così nel giro di una decina di minuti, massimo quindici, il freddo pungente mi sveglia, sto tremando tutto, infilo anche l’antipioggia è ne ottengo un poco di calore. Provo a dormicchiare ancora un poco ma non ci riesco, allora mi dedico all’osservazione, le luci che contornano il lago e nello stesso si riflettono creano un’immagine fantastica, provo a fotografarla ma l’esito è poco soddisfacente, me ne inebrio la mente, è un onore poter essere qui in questo momento ad ammirare questo panorama, magari poco naturale, ma non per questo meno splendente.

Sarà passata un’ora, come detto l’orologio stavolta lo uso solo per mandare messaggi a casa e tranquillizzare Maria, mi sono stancato di combattere con il freddo della notte e mi rimetto in cammino. La discesa dall’Almana è complessa, prima un’esposta sottilissima crestina, poi una interminabile discesa per rocce rotte e scivolosissime ghiaie, crea problemi anche di giorno, figuriamoci di notte. Ancora una volta l’allenamento e la corsa in discesa dimostrano la loro importanza: forse non sono mai sceso da qui con tanta scioltezza e così poche scivolate.

Croce di Pezzolo, inizia un tratto che ho fatto poche volte e non recentemente, ma la memoria, più che la segnaletica qui piuttosto carente, m’aiuta e individuo al volo tutti i giusti passaggi, anche quelli quasi completamente coperti dalla vegetazione: “bisogna proprio venire a fare una bella pulizia e bisogna venirci d’estate, in autunno non si capisce dove farla e come farla!” Anche a questo deve servire questo mio viaggio, alla logistica del sentiero, alla sua cura. Temo la presenza di cinghiali per cui mando a Maria frequenti messaggi: Pieto, Spiedo, Rodondone, Santa Maria del Giogo.

Breve sosta sulla panchina del santuario poi di nuovo in cammino. Ancora istinto e memoria mi permettono di trovare al volo il percorso corretto. Sono alle case di Cuna, svolto un angolo e… un grosso cane bianco, fermo, immobile, mi sbarra la strada, mi osserva con espressione indecifrabile, ultimamente coi cani ho avuto qualche problema: “ehi tu, che intenzioni hai, mi lasci passare?” Alla mia destra si apre una porta, nonostante l’ora tarda un uomo esce dalla casa e viene in mio soccorso, tranquillizzandomi sulla natura del cane. Passo via, faccio una cinquantina di metri e… “cavolo ma questa non è la strada giusta, da qui non sono mai passato!” Torno sui mie passi, illumino a destra e a sinistra ma niente, non trovo un segno, non vedo una traccia. Il cane di prima esce dal buio correndomi incontro, ora lo conosco e resto tranquillo di certo vuole indicarmi la strada corretta, nel contempo un altra persona è uscita di casa e mi indica la via. Ringrazio e procedo oltre.

Sono su tracce ormai ben note, sono quasi all’asfalto, sono tranquillo in merito ai cinghiali, cammino deciso e veloce, d’un tratto alla mia sinistra, vicino, vicinissimo, un fruscio che ben conosco e poco dopo il rumore di zoccoli sulle pietre: cinghialone! Disturbato dalla mia frontale è scappato via come sempre procedendo in direzione parallela alla mia, ormai lo so che fanno così però l’incontro lascia il segno e, poco dopo, giunto ai Colmi di Caposs sono indeciso sulla via da seguire, alla fine opto per la strada asfaltata anche perché il sentiero per Zoadello l’ultima volta che l’ho fatto era in parte una selva inestricabile di rovi.

Zoadello, Piazza degli Artiglieri, ore due e quaranta minuti, ancora il pensiero dei cinghiali, che sono sicuro esserci in un tratto poco più avanti, m’induce a ritardare un attimo la prosecuzione, mi siedo sul muretto del parcheggio. Passa qualche minuto, mi sento cadere, m’ero addormentato e stavo rovinando a terra, meglio rimettersi in cammino, ai cinghiali ci penseremo strada facendo. Tutto procede al meglio, alle quattro e quindici sono alla fontana di San Giovanni, rinnovo l’acqua nelle borracce e ricreo quella con la soluzione isotonica, poi di nuovo in cammino. Risalgo il paese, deciso m’infilo nel bosco, arrivo a Vesalla e poco dopo sono alle case della Colmetta. Qui sopra lo sento, sento che ci sono dei cinghiali, l’alba è ormai vicina, mi siedo su un sasso e attendo di veder la luce del crepuscolo. Non arriva, invece arriva il freddo che attacca il mio corpo, devo mettermi in cammino. Salgo il ripido sentiero, sono a pochi metri dal crinale, la luce inizia a rischiarare il bosco e dei cinghiali nessun segn…. “frussccccc, sprashhh, cataplashhh” eccolo, poco sopra di me un grosso cinghiale se la sta dando a gambe levate attraverso il bosco e subito dopo un’altro parte al di sotto.

Uccellanda della Colmetta, ormai è fatta, non che sia tutta discesa ma le salite sono irrilevanti, mentre cammino sul filo del crinale, godendomi il giorno che man mano ruba spazio alla notte, senza pensare all’orario ancora inopportuno, invio messaggi a parenti, amici e qualche collega: “TappaUnica3V… fattaaaa! Alle 11 arrivo a Brescia”.

Casa Pernice, Selet di Magnoli, Monte Magnoli, Quarone di Sopra, Sella del Quarone, Pozza Paradiso, Quarone di Sotto, Camaldoli, Forcella, velocemente scorrono via tutti i punti di riferimento dell’ultimo tratto di questo magico Sentiero 3V “Silvano Cinelli”: alle otto e diciassette sono già al Monte Selva. Maria mi ha scritto che mi viene incontro, è partita da casa alle otto, voglio lasciarle fare un poco di strada per cui mi fermo sul muretto per dormicchiare ancora un poco. Di nuovo rischio di sbattere a terra per cui mi rimetto in cammino, procedo a passo da lumaca, tanto lento da riuscire ad addormentarmi in piedi, devo velocizzare un poco. Ecco Maria, insieme percorriamo gli ultimi due chilometri del percorso, rinuncio al Monte Peso ma non al Picastello dal quale scendo ancora con estrema dinamicità e sicurezza, le gambe sono ancora solide, i muscoli rispondono perfettamente, non un dolore, non senso di affaticamento fisico, sostanzialmente mi sento come se avessi fatto un paio d’ore di cammino: EcCeZioNaLe, che bella esperienza, che straordinaria sensazione, eppure non c’è euforia, solo una profonda calma interiore.

Quattro Querce, è arrivato il messaggio di mia sorella, dobbiamo fermarci un poco per darle tempo di arrivare, ci sediamo all’ombra delle piante, ma il caldo si fa opprimente, Valeria mi segnala d’essere i arrivo per cui ripartiamo.

Urago Mella, ecco mia sorella, pochi metri e siamo al cartello 3V che indica il punto terminale: beverone per il recupero, foto di rito, arriva anche mia mamma, altre foto. Inizio a soffrire per il caldo e l’insolazione, senza nemmeno cambiarmi salto in macchina, quella di mia moglie ovviamente, e partiamo per casa.

Casa, bevo qualcosa di fresco e poi mi siedo in terrazza per togliere scarpe e calze, sorpresa… due piccole vesciche, una, rotta (e che faccio sanguinare strappando malamente la pelle morta), sull’interno di un dito del piede sinistro, l’altra sotto l’attaccatura delle dita del piede destro. Altra dimostrazione della magistralità delle scarpe adottate, vere pantofole per la corsa in montagna: le vesciche proprio non le sentivo.

Suona il telefono: “Manuele, dove sei” “ora a casa” “come a casa, io e Marino ti stiamo aspettando in piazzetta”. Cavolo, scusatemi Barbara e Marino siete venuti ad aspettarmi alla piazzetta di Urago mentre io, ottenebrato dal caldo, non ho più pensato ai messaggi mandati: ciliegina sbagliata sulla torta amorevolmente creata!

Continua con la parte dell’analisi tecnica.

5 pensieri su “#TappaUnica3V ci sono riuscito (4)

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